PRIMA I…SICILIANI! L’ORIGINE DELLA SICILIANITÀ
PRIMA I…SICILIANI! L’ORIGINE DELLA SICILIANITÀ
Fonte Foto: Giuseppe Perdichizzi
In matematica si definisce assioma un principio che si ritiene vero per evidenza. In altre parole tale verità non ha necessità d’essere dimostrata. In termini religiosi vi si dovrebbe credere per fede. Ad esempio, sull’evidenza che per due punti passi una sola retta si è costruita la geometria euclidea che fino in epoca moderna si è ritenuta l’unica geometria possibile.

Affermare Prima i siciliani! presuppone che esista una definita e identificabile sicilianità, che non può ridursi al solo nascere o abitare in Sicilia, altrimenti mio fratello, che si è da poco trasferito a Milano, non sarebbe più siciliano o rischierebbe di perdere, dopo un dato periodo (che nessuno studio scientifico ha ancora determinato…), tale status. Occorre quindi capire quale sia l’assioma che dà il via alla costruzione della sicilianità.
È ampiamente smentito che la genetica possa venirci in aiuto.
Occorre quindi percorre un’altra strada per la determinazione della sicilianità: proviamo tramite un approccio storico, cercando di identificare il ceppo più puro e originario di siciliani.
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Chi erano quindi gli autentici siciliani?

Erano gli autoctoni “preellenici” e “prefenici”? Ossia le popolazioni sicule, sicane e elime che abitarono l’isola fino al V secolo a.C., coesistendo con le più avanzate colonie greche e fenicie prima di esserne completamente assimilate?
O forse l’incipit della sicilianità è stato dato dalle secolari dominazioni/colonizzazioni “straniere”. Tuttavia, almeno inizialmente, i greci (che invasero/colonizzarono la parte orientale dell’isola, fondando ad esempio Siracusa) e i fenici (ossia la civiltà cananea insediata lungo la costa mediterranea compresa tra gli attuali Stati di Siria e Israele, che colonizzarono/invasero il lato occidentale della Sicilia, fondando ad esempio Palermo) non erano considerabili più siciliani delle popolazioni autoctone. Ad un certo punto della storia però dovrebbero esserlo diventati (altrimenti, sparite come entità amministrative le popolazioni sicule, sicane ed elime, la sicilianità si sarebbe estinta con loro e oggi staremmo qui a parlare d’altro…), così come i successivi romani, bizantini, islamici, normanni, aragonesi, asburgici e borbonici, che per secoli hanno abitato l’isola siciliana.
Una popolazione colonizzatrice acquista forse la sicilianità dopo almeno un secolo di abitazione dell’isola? Se così fosse, eruli, ostrogoti, svevi, angioini, piemontesi (che per un breve periodo misero le mani sulla Sicilia già un secolo prima della definitiva “annessione” tramite la Spedizione dei mille) e austriaci (o meglio, nuovamente gli Asburgo, anche se di un altro ramo familiare), col loro relativamente breve ma fondamentale passaggio sarebbero rimasti fuori dall’acquisizione della sicilianità. Quindi Federico II, nonostante si considerasse siciliano, realmente non lo sarebbe stato.
Permettetemi una breve disgressione: a rileggere tutti i nomi delle culture “colonizzatrici” della Sicilia si comprendere bene il motivo per cui certi siciliani assomiglino più a quei tedeschi sbarcati dalle navi da crociera a Messina (mi riferisco proprio a quelli in maglietta e pantaloncini anche a dicembre…), piuttosto che al classico topos basso, di carnagione scura, con la scuzzetta e i baffoni scuri.
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Tornando alla nostra analisi storica, tra i “siciliani” più famosi di sempre c’è il già citato stupor mundi Federico II! Storicamente ritenuto tra i più innovativi sovrani europei della storia, cresciuto e educato in Sicilia da precettori cristiani e islamici, inviso ai papi dell’epoca per la sua visione laica della politica e per l’apertura nei confronti dei siciliani islamici (che gli valse anche il soprannome di sultano cristiano e qualche scomunica), rese Palermo la più fiorente e stimolante corte europea del XIII secolo. Si poteva considerare siciliano? Federico II, in seguito anche imperatore del Sacro Romano Impero, apparteneva alla nobile famiglia sveva (ossia tedesca…) degli Hohenstaufen. Da parte di madre invece discendeva dai normanni (popolazione d’origine danese e norvegese…) di Altavilla (Hauteville, in Francia…) Eppure si riteneva più siciliano che altro, tanto da decidere di tenere separate le due corone.

A meno di non scontentare addirittura un imperatore, si può affermare che la sicilianità attenga più alla condivisione di determinati valori (politici, religiosi, culinari…) che a un’appartenenza genetica o storica. Ma quali valori? In Sicilia c’è stato tutto e il contrario di tutto: dal politeismo, all’islam, al cristianesimo greco e romano; dalla democrazia, alla tirannia, al feudalesimo, dalla cuccìa alla cassata, all’arancino/a…
La sicilianità è frutto di un processo di commistione tra le culture di quasi tutto il Mediterraneo e buona parte d’Europa, cominciata millenni fa. Ne è derivato una sorta di sincretismo evidente non solo nella lingua (che ospita termini ed espressioni derivanti da tutte le culture colonizzatrici) ma anche nell’architettura dei monumenti: in Sicilia ci ritroviamo ad esempio con ville romane o chiese bizantine costruite sulle fondamenta di strutture greche; e moschee o templi greci incastonati nelle cattedrali.
Sicilianità può significare tutto e nulla. Poiché la storia della Sicilia è l’emblema della storia dell’umanità, da sempre caratterizzata da spostamenti e migrazioni per i motivi più disparati. La ricchezza della cultura siciliana (o meglio, della cultura che in Sicilia è stata generata) è frutto di una sorta di melting pot , non certamente di un isolamento identitario. Dire sicilianità è dire umanità.
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Il problema (secondo il mio modestissimo parere) nasce quando si assume implicitamente la sicilianità (o l’italianità…) come ideologia. In altre parole, quando si considera l’esserci del siciliano come evidente, per il quale quindi non occorre alcuna dimostrazione: il siciliano, semplicemente, c’è.
In quest’ottica, affermare prima i siciliani presuppone che vi siano dei non-siciliani: se l’assunto è considerato vero dalla comunità (in questo caso) dei siciliani, la non-sicilianità è una conseguenza logica che non serve argomentare. Citando Hannah Arendt (perdonate se scelgo di omettere il testo da cui cito, ma l’eloquenza del titolo offenderebbe la vostra intelligenza) il pensiero ideologico diventa indipendente da ogni esperienza: in altre parole, non ha importanza dimostrare l’inconsistenza storica, culturale e genetica del concetto di sicilianità in quanto definito e chiaramente determinato. Poiché se lo scopo è giustificare politicamente il diritto all’egoistica esclusione della non-sicilianità, qualunque dissenso sarà marchiato dalla comunità come anti-sociale, anti-siciliano, non-vero in quanto in contrasto con la “verità”, in contrasto con l’evidenza della sicilianità.
Fonte Testo: Antonino Rampulla
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